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Autore Discussione: LA DIFFIDA ACCERTATIVA PER CREDITI DEI LAVORATORI DELLE DIREZIONI DEL LAVORO  (Letto 1383 volte)
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Giancarlo Germani
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« inserito:: Luned Giugno 11, 2012, 17:41:27 »




LA DIFFIDA ACCERTATIVA PER CREDITI PATRIMONIALI

La diffida accertativa costituisce un valido e rapido strumento attraverso il quale il personale ispettivo delle Direzioni del lavoro può intervenire a tutela del credito patrimoniale vantato dal lavoratore nei confronti del datore di lavoro per la prestazione lavorativa resa. Infatti, se durante l’attività di vigilanza emergono inosservanze della disciplina contrattuale dalle quali possono scaturire crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo delle Direzioni del lavoro provvede con specifico atto a diffidare il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti entro un termine predeterminato. Nessuna sanzione è però prevista in caso di ritardato pagamento non essendoci nessuna disposizione che impedisce il datore di lavoro di soddisfare il credito oltre il termine previsto per proporre il tentativo di conciliazione.

Tale termine, quindi, è fissato dall’organo ispettivo, ma alcuni ritengono, al contrario, che possa evincersi dal D.Lgs.124/04 all’art. 12, comma 2, dove si prevede che il datore possa promuovere il tentativo di conciliazione entro 30 giorni dalla notifica della diffida, pena la probabile procedura esecutiva che il lavoratore può promuovere.

In ambito di rapporti di lavoro autonomo, co.co.co. o co.co.pro., la diffida accertativa è legittima se l’erogazione dei compensi è legata a presupposti oggettivi predeterminati, senza la necessità di un approfondimento circa l’effettivo raggiungimento dei risultati. La diffida accertativa è un provvedimento a natura autonoma che non ammette ulteriore e contestuale statuizione sulla regolarizzazione delle inadempienze riscontrate, come ad esempio le registrazioni sui libri contabili, l’orario di lavoro, le comunicazioni al Servizio per l’Impiego, oggetto di distinti provvedimenti (circolare ministeriale n. 986 del 5.7.2005).   Non è preclusa la possibilità di porre in essere una diffida collettiva relativa a più lavoratori ma devono sempre essere distinte le singole posizioni per la validazione o per l’impugnazione eventuale. Il soggetto passivo della diffida è il titolare del rapporto di lavoro che ha la responsabilità dell’organizzazione ed esercita i poteri decisionali e di spesa quando viene effettuato l’accertamento ed il credito viene fatto valere nei confronti della stessa organizzazione aziendale. La prassi prevede la comunicazione al lavoratore dell’avvio del procedimento di diffida con la notifica del provvedimento validato, per la parte che lo interessa. Il procedimento di diffida può essere attivato solo nell’ambito di un’indagine ispettiva, a prescindere dell’impulso di parte, in quanto tale potere è riconosciuto alla P.A.. Il creditore potrà scegliere se avvalersi del titolo esecutivo ottenuto in via amministrativa. Il credito deve avere natura patrimoniale e non solamente retributiva, per la effettiva prestazione di lavoro svolta derivante dal contratto con esclusione dei crediti per risarcimento danni o di natura indennitaria che debbono essere decisi da altri organi. Il Ministero ha chiarito che gli ispettori devono procedere valutando le circostanze del caso concreto secondo il prudente apprezzamento dei risultati dell’indagine e degli elementi obiettivi acquisiti (circolare n. 24/04).

L’ispettore, che quindi non agisce in modo discrezionale, una volta accertato in maniera oggettivamente adeguata il credito giuridicamente certo, liquido (denaro o beni fungibili), ed esigibile (se sia quindi scaduto), emana il provvedimento senza valutazioni di opportunità legate a circostanze oggettive (crisi dell’azienda, mancanza di liquidità del datore). Il credito dedotto in diffida deve essere indicato al lordo, mentre l’adempimento nei confronti del lavoratore deve avvenire al netto delle trattenute, quanto meno contributive, perché i contributi previdenziali ed assistenziali possono essere già stati versati e perché il credito viene vantato dall’INPS, soggetto terzo che può essere soddisfatto solo con la denuncia periodica aziendale. Il datore di lavoro può, entro 30 giorni dalla notifica della diffida, promuovere un tentativo obbligatorio di conciliazione presso la DPL e se  le parti si accordano formalmente il provvedimento perde efficacia e non si applicano le disposizioni dell’art. 2113 commi 1,2,3 c.c..

La conciliazione è effettuata ai sensi del D.Lgs. n. 124/04 art. 11 e 12 c.2, anche se è possibile in alternativa la procedura conciliativa collegiale di cui al codice di rito. Se il lavoratore non aderisce alla richiesta di conciliazione, non essendo obbligato, il datore dovrà agire in sede giudiziaria o amministrativa per contestare l’an o il quantum del credito.   Il procedimento ispettivo non dovrà ritenersi estinto perché la procedura di conciliazione non va ad incidere fino a che essa non si verifichi. Infatti, in quest’ultimo caso, la diffida perde efficacia ed il credito vantato dal lavoratore sarà quello rideterminato in sede transattiva. Sotto il profilo contributivo e assicurativo i versamenti non possono essere inferiori all’importo previsto dal D.L. n. 338/89, art. 1, con conseguente pagamento delle eventuali sanzioni civili e degli interessi legali. Se il datore non provvede al pagamento delle somme portate in transazione, la diffida perde di efficacia ed il lavoratore potrà attivare il procedimento monitorio per decreto ingiuntivo, facendo valere il riconoscimento del debito. Decorso inutilmente il termine di legge per richiedere la conciliazione o in caso di mancato accordo, formalmente attestato, l’atto di diffida acquista valore di accertamento tecnico con provvedimento del Direttore della DPL ed avrà efficacia di titolo esecutivo. Il lavoratore, acquisito il titolo, può, con atto di precetto, intimare al debitore di adempiere l’obbligo di pagamento delle somme ivi specificate, ma non avendo natura giudiziale non è utile per iscrivere ipoteca sui beni del debitore. In caso di opposizione, trattandosi di accertamento tecnico, il giudice potrebbe non procedere ad ulteriori accertamenti tecnici d’ufficio per la quantificazione del credito.

La lettera circolare 24/04 prevede, inoltre, che il titolo non ha bisogno della spedizione in formula esecutiva precisando che solo le sentenze e gli altri provvedimenti dell’A.G. e gli atti ricevuti dal notaio o da altro P.U., per valere come titoli esecutivi, debbono essere muniti di specifica formula esecutiva, salvo che sia diversamente previsto dalla legge, e che tale formula non è richiesta per i titoli stragiudiziali di natura amministrativa.

Il provvedimento in esame rientra tra i titoli esecutivi di cui all’art. 474 c.p.c.. Con ricorso gerarchico improprio si può impugnare la diffida accertativa validata innanzi al Comitato Regionale per i rapporti di lavoro come previsto dal D.M. citato, all’art. 17. Il ricorso si deposita presso la D.R.L. entro 30 giorni dalla notificazione del provvedimento impugnato e deve essere deciso entro 90 giorni dal ricevimento con provvedimento motivato sulla base dei documenti del ricorrente e di quelli in possesso dell’ufficio che ha emanato l’atto di diffida. Decorso inutilmente il termine previsto per la decisione il ricorso si intende respinto (c.d. silenzio rigetto). Può essere ammesso un accoglimento parziale del ricorso con rideterminazione del credito. In questo caso il titolo esecutivo resterà il provvedimento di diffida ma con riferimento all’importo si farà riferimento alla decisione del Comitato. Il ricorso sospende l’esecutività della diffida, tuttavia se la procedura esecutiva è già stata avviata, essa prosegue atteso che non risultano sospesi i termini processuali per le opposizioni.

La competenza, secondo la dottrina più accreditata, è quella del Tribunale ordinario, in funzione del giudice del lavoro, trattandosi di diritti soggettivi ed obblighi derivanti da rapporti di lavoro, con eventuale disapplicazione del provvedimento di diffida anche se è stato validato, e conseguente ricaduta sulla procedura esecutiva. In conclusione la diffida accertativa è una manifestazione di una potestà pubblica riconosciuta dalla legge, che incide in maniera imperativa sulla sfera giuridica privata in maniera esecutiva. La validazione è un provvedimento che garantisce un controllo preventivo che dà alla diffida, quando è adeguatamente motivato, il valore di accertamento tecnico ed efficacia di titolo esecutivo dal momento della notifica alle parti interessate.   


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