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Autore Discussione: Romania dal sogno alla paura  (Letto 2231 volte)
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adrian grigor
Utente non iscritto
« inserito:: Venerd Febbraio 20, 2009, 16:49:48 »

    BUCAREST - Il miracolo si è spezzato, il sogno è svanito. «Pensavamo di raggiungere l'Europa in sette anni», raccontano i romeni, in una Bucarest intristita. Ci credevano davvero: immaginavano gli stipendi, i consumi, il benessere di Francia e Germania; e la crescita del salari - il 20% nel 2008, quando trovare lavoro era facilissimo - aveva alimentato questa speranza. Molte, troppe famiglie avevano allora scelto di indebitarsi, di comprare oggi - case, auto, beni durevoli - per risparmiare domani, quando sarebbe stato più facile.
  È finito tutto d'un colpo. In tre mesi i salari sono calati del 20% - dopo aver toccato, in media, la "folle" cifra di 350 euro netti - e le imprese hanno cominciato a licenziare. Molti romeni si ritrovano ora con due o tre prestiti da pagare, e qualcuno è persino arrivato a quota diciassette... Una brutta situazione, davvero. L'economia non cresce più e quest'anno potrebbe anche scivolare in recessione, come il resto del mondo. Il Paese non era però preparato a tutto questo: era la Tigre dell'Europa dell'Est, cresceva a un ritmo dell' 8% annuo, era nel pieno di un boom edilizio. E poi è tutto successo così in fretta...
   Ora la Romania ha persino un po' paura. Ha capito che qualcosa sta andando davvero storto. Basta guardare alle case: dopo il boom, le costruzioni sono ferme, i prezzi crollano e le promozioni diventano bizzarre: insieme a una casa da 100mila euro regalano la cucina, i mobili e una Ford Fiesta; e una villa da tre milioni porta in dono una seconda casa in montagna e... un elicottero.
   La verità è che la crescita aveva basi troppo deboli. «Non avremmo potuto ottenerla se non fosse stata finanziata dall'estero, dai risparmi dell'Europa occidentale», spiega Rozália Pál di UniCredit Tiriac Bank. I capitali sono giunti copiosi, forse anche eccessivi: «La più grande azienda tutta romena - ha denunciato l'ex premier Calin Popescu-Tariceanu - è un'impresa di vendita all'ingrosso di materiali per l'edilizia!».
  Questi investimenti, e il lavoro che hanno creato, hanno spinto le importazioni ben oltre le esportazioni: e il deficit con l'estero ha raggiunto il 12% del Pil, un livello non sostenibile. Il partito al Governo l'anno scorso, che godeva del sostegno del 20% dei deputati, ha poi fatto qualche sciocchezza: ha speso tantissimo per vincere le elezioni di novembre - che ha perso - e ha aumentato salari e pensioni del 50%, portando il deficit pubblico al 5,2% del Pil. «Non ne avevamo bisogno, è stata una cosa molto negativa», spiega Nicolaie Alexandru-Chidesciuc di Ing Romania, che ora prevede una contrazione del Pil del 3,5% per il 2009.
   Quel bel sogno si è dunque rivelato un'illusione. Sotto i colpi della crisi, il cambio romeno ora trema, e così molte imprese e famiglie: i prestiti in valuta estera sono il 58% del totale, raggiungono il 22,3% del Pil, e continuano a crescere perché i tassi in leu sono pari al 20%. Lo scivolone del cambio ha però aumentato le rate da pagare. Proprio come in un mutuo subprime.
L'unica piccola consolazione è che gli investimenti non sono finanziari, non possono "scappare", come hanno fatto da altri Paesi. «I nostri rischi più grandi - aggiunge Pal - sono il costo dei finanziamenti e il danno alla credibilità ma non si può parlare qui di deflussi di capitale».
Per il Paese è un vantaggio non da poco, che ha finora permesso al governatore della Banca centrale Murug Isarescu di tenere sotto controllo il cambio del leu, il "leone", grazie anche alle robuste riserve valutarie.
   Nel vecchio palazzo ottocentesco di Strada Lipscani, Isarescu sembra l'unico a tenere il timone diritto. Il suo compito non è facile, però: se abbassa i tassi minaccia il cambio, se li tiene alti strozza l'economia. Il Governatore conta molto, allora, sulle banche straniere, qui presenti in gran numero. «Il rapporto tra riserve e debiti a breve termine - ammette - non è buono. Questi sono però costituiti per la maggior parte da prestiti concessi dalle case madri alle aziende di credito locali. Saranno rinnovati, ne sono sicuro», aggiunge.
   Il governatore sa bene, però, che questo roll over dei crediti non sarà totale, e che parte di quei soldi, necessari per finanziare importazioni e investimenti, dovrà essere cercata altrove. Il debito pubblico per fortuna è minimo. Ci sono poi sei miliardi di euro di fondi strutturali Ue, anche se non sono facilissimi da ottenere: i progetti presentati dalle imprese romene sono stati trovati abbandonati tra un ripostiglio e la toilette del ministero. Si spera più nell'aiuto dell'Fmi.
«Sono salvaguardie», minimizza Isarescu. A Bucarest però tutti gli economisti aspettano queste risorse. Per la stabilità, ma anche per la crescita, a cui non vogliono rinunciare. «Credo nel potenziale di questa economia - aggiunge Catalin Pauna della World Bank - che riconquisterà lo status di un buon Paese». L'economia, aggiunge però Mario Iaccarino, dell'Istituto commercio estero italiano, ha bisogno di strade, ferrovie, aerei. Investimenti pubblici, quindi, e di qualità.
  La flat tax al 15%, insomma, non basta più. Non è certo riuscita a far rinascere Bucarest, ancora imprigionata nel grigiore del socialismo reale di Ceaucescu, che domina ovunque, non solo nei cadenti edifici dell'epoca: la corruzione è dappertutto, la burocrazia resta pervasiva. E troppe cose, anche ora, dipendono dalla politica. Il nuovo Governo vuole investire in infrastrutture, ridurre il deficit al 2%, congelare gli stipendi degli alti funzionari, e far crescere i salari in linea con l'inflazione. «Sarebbe una situazione quasi ideale», dice Isarescu. Ma forse, chissà, è solo un altro sogno.

   Il Sole 24 Ore


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